Il rito materico del caos di Francesco Cigana
di Giovanni Panetta
Intervista a Francesco Cigana su SACRO, disco sull'istanza della malattia e la perdita, uscito su Setola di Maiale a Marzo 2025.
SACRO

Cover di SACRO. Artwork di Carlo Buffa e graphic design di Giustappunto.

Francesco Cigana è un autore e percussionista di Padova, legato ad un approccio materico e in parte spontaneo e subconscio. Oltre al lavoro come solista, appaiono rilevanti anche le collaborazioni, sia in gruppo attraverso la direzione di un collettivo, denominato “DOOOM Orchestra“, sia attraverso contributi con sodalizi più ridimensionati (vedasi il lavoro per New Ethic Society con Cigana e Marco Colonna in Shells (2022)). Nel 2025 esce SACRO per Setola di Maiale, disco scaturito da un lutto familiare, e concettualmente incentrato sull’istanza della malattia e della perdita nel contesto culturale occidentale.

Nel seguito l’intervista a Francesco Cigana riguardo il sound e il contesto di SACRO.

Francesco, parlaci del tuo nuovo lavoro solista intitolato di SACRO, in cui la caoticità percussiva assume le sembianze dell’etereo in senso arcaico o lateralmente barocco.

“Il caos è un ottimo punto di partenza per descriverlo, perché proprio il caos governa questo disco da un certo punto di vista. Una caratteristica del caos è che non vi si percepisce una logica chiara e definita, che si declina in questo caso su come viene percepito l’output sonoro del disco, sul porsi delle domande su quello che si ascolta. La “confusione” che voglio suscitare è vitale in questo lavoro: la cessazione di classificazioni stabili e assodate è centrale nel mondo sacro. La realtà non è più definita da categorie chiare, gli opposti possono convivere (la dicotomia etereo-barocco ne è un buon esempio), Perché un elemento, un concetto o una forma può essere portatrice di più sensi simultaneamente.”

Mother’s Tongue, la prima traccia, risulta sospesa come introduzione ariosa, fatta di momenti riflessivi di vuoto, tramite le percussioni frammentarie, il contributo del coro gli Antenori dal timbro profondo e fisico e il recitare dalla parvenza monadica di Nina Baietta. Un prologo elegante dai toni austeri o lateralmente regali che prefigurano il resto dell’album dalla scrittura più largamente dionisiaca. Parlaci dell’intenzione dietro questa traccia.

“Desidero parlarne ma non voglio spiegare troppo: credo che chi abbia la voglia di ascoltare questi lavori è bene che, come ho detto prima, si ponga delle domande rispetto a quello che ascolta, e provi a rispondersi, attribuendo un senso. Mother’s Tongue forza molto questo processo, lo richiede utilizzando parole e frasi per esempio che colpiscono “basso” proprio perchè nella musica creativa o improvvisativa si usano poco… che è esattamente per il motivo per cui invece le ho inserite: ci si concentra inevitabilmente più sul significato che sul significante, e se nel caso della musica strumentale improvvisativa a mio avviso questo difetto (purtroppo) è così comune che quasi passa inosservato. Dove invece c’è un testo è molto più difficile per il nostro intelletto sorvolare.”

Un’idea di “mono-caratteriale”, di suono o movimento che si ripete ostinatamente, permea in più punti l’album. Se in Mantica sentiamo suoni di giocattoli organizzati in una scrittura ben contemplabile in un gioco di improvvisazione libera, in Mughetto Efedrina troviamo un caos più familiare che esplode in maniera estatica, mentre in Simposio la batteria diventa essenziale in assenza comunque di imposizioni ortodosse. Un modo di creare con le percussioni ondivago viaggiando metaforicamente in un binario. Come avviene in te questo concetto?

“Il filo rosso che unisce tutte le tracce che hai citato (ma anche le altre) è l’attenzione alla forma. Possono essere giocattoli, esplosioni strumentali, o parti più minimali, ma la forma è la colonna spinale dove il midollo improvvisativo è libero di declinarsi e operare. C’è una micro forma, compresa nel movimento del brano stesso, e poi c’è una forma più ampia, quella delle tracce nel disco. Questo album non mi è stato possibile registrarlo come Anaesthetic per motivi logistici legati alla disponibilità/presenza degli ospiti oltre che dello spazio che avevo scelto per registrare. Lì l’ordine delle tracce corrisponde all’ordine in cui sono state registrate, lasciandomi guidare puramente dagli accostamenti timbrici che sceglievo man mano. In SACRO le tracce non sono nell’ordine registrato, e questo mi ha permesso di concentrarmi e selezionare ancora di più i materiali che potevo utilizzare e la forma complessiva del lavoro, perdendo forse un po’ in spontaneità e freschezza, ma spero di essere riuscito a trovare un buon equilibrio tra i due approcci.”

In Pesach si disegnano paesaggi desolati dalle luci e prospettive aliene attraverso quelle che possono sembrare vibrazioni per attrito. Attraverso questo pezzo si danno delucidazioni all’ascoltatore di come una percussione possa espandere il relativo potenziale melodico, sebbene la matrice ambientale sia più aleatoria. Come avviene questa idea peculiare all’interno di SACRO?

“Da quando ho iniziato a suonare le percussioni mi è sempre stato detto che ho un approccio melodico allo strumento, e non ho mai capito bene cosa si intendesse, e ancora adesso faccio fatica a comprenderlo. Sono un grande sostenitore della teoria che tutti gli strumenti siano uguali, tanto più nell’era in cui viviamo tutto può essere tutto e il contrario di tutto a livello musicale (e la tecnologia è uno strumento, non è “barare” come alcuni pensano), ed è una bellezza che ho sempre voluto sottolineare e sostenere. La batteria è uno strumento da accompagnamento ritmico, il sassofono melodico solistico, il pianoforte armonico e così via. Chi lo decide? Io decido cosa sia il mio strumento e che scopi deve raggiungere. Io ed io soltanto, e l’unico limite allo strumento sono sempre io, la mia mente, la mia immaginazione, la mia creatività. Il resto sono chiacchere stratificate e noiose. Conta solo il suono, e la confusione, la dissonanza cognitiva se vogliamo, che si può creare nell’orecchio di chi ascolta è una particella di sacro che si manifesta, così come un suono ha il potere di modificare il nostro umore, la nostra percezione e ciò che ci circonda.”

In conclusione, nell’epilogo Gerico diventa centrale un timbro metallico leggero, in una prima parte netto e impattante per poi passare all’elemento del continuo attraverso simili attriti caldi che abbiamo scovato in Pesach. Un’esecuzione di termine del rito che viene resa ulteriormente solenne tergiversando al tempo stesso sul terreo attraverso il contributo alla tromba di Mirio Cosottini. Qual è stata dal punto di vista dell’autore l’intenzione che ha dato vita al pezzo?

“Gerico è la conclusione del percorso e allo stesso tempo apre un orizzonte (quasi geografico, visivo) che inevitabilmente richiama ad altro, ad un più in là, ad ampliare, al non fermarsi. Questo brano nasce da una visione che ho cercato di concretizzare musicalmente, di evocarla e di portarla nel mondo reale. Non ha senso descrivere nello specifico cosa ho “visto”, proprio per il senso di quanto detto nelle precedenti risposte, ma forse è il brano meno ambiguo di tutto il disco, ed è volutamente così. Talvolta ho un gusto abbastanza romantico nei finali e grazie al cielo ho smesso di percepirlo come un problema stilistico. Il precedente disco finiva con un coro, questo con un coro inizia, e termina come inizierà il prossimo. E’ una continuità artificiosa, che esula dai “canoni” improvvisativi? Probabile, ma non credo che all’ascoltatore interessi e sinceramente nemmeno a me.”

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