
Don’t Beat A Dead Horse, primo album de The Rootworkers.
I Rootworkers sono un quartetto marchigiano formato da Enrico Palazzesi (voce e chitarra ritmica), Lorenzo Cespi (basso), Andrea Ballante (chitarra solista) e Enrico Bordoni (batteria e tastiere), il cui sound è caratterizzato da un’essenza rintracciabile nel Delta Blues e da più concrete manifestazioni garage punk. Successivamente la precedente uscita, Attack, Blues, Release del 2022, esce l’album d’esordio Don’t Beat a Dead Horse, pubblicato quest’anno (2025) dall’etichetta romana Bloos Records, caratterizzato da una sperimentazione più espansa verso sonorità comparabili ai White Stripes o alla Jon Spencer Blues Explosion; un possibile paragone potrebbe essere riguardare l’album Icky Thump del duo storico formato da Jack Gillis (Jack White) e Megan White, le cui derive psichedeliche influenzate dal noise (in quel caso originate dalle ispirazioni post-punk di quel periodo degli anni ’00) rincarano maggiormente il discorso garage, incrementando o estremizzando l’attitudine punk in modo relativamente espanso.
A nome di tutto il gruppo, Enrico Bordoni ammette la loro influenza per quanto riguarda derive blues più estreme nella loro elettrificazione e nell’apporto più melodico o disteso: “In “Attack, Blues, Release” c’era l’intento di dare una nostra chiave di lettura del blues per come lo intendevamo in quel momento, una prima “stesura”, pur restando all’interno di certi canoni, essendo per noi la prima uscita. Con “Don’t Beat a Dead Horse” invece, abbiamo voluto estremizzare tutto: quel lato più garage/rock che si sentiva nel precedente EP è stato sviscerato e spinto ulteriormente, virando quasi ad accenni Stoner/Southern Rock. Contemporaneamente abbiamo provato a raffinare le ballad e i brani lenti, alleggerendo le parti strumentali per renderle più omogenee. In sostanza possiamo dire che in questo nuovo disco non abbiamo dato troppo spazio alle vie di mezzo, che forse è la caratteristica che lo distingue dal primo EP”.
Sebbene in pezzi come Unstoppable Pleasure e Not My Cup Of Tea l’elettrificazione suggerisce una minore storicizzazione nella scrittura ed esecuzione, tale influenza viene comunque preservata a livello strutturale. Un certo modo di suonare può essere stato in parte indotto da Francesco “Frankie Wah” Antifori nel ruolo di produttore, soprattutto nell’utilizzo degli effetti wah (similmente a come si può riscontrare nell’album Ologenesi del duo Little Pieces of Marmelade, in cui Antifori figura come chitarrista), e da questo punto di vista le differenze con l’EP Attack Blues Release sono abbastanza nette. “La collaborazione con Frankie”, riporta la testimonianza di Bordoni, “è nata principalmente per due motivi, ovvero la nostra ammirazione per il suo modo di lavorare i suoni e per il fatto che lui conosce bene noi e il nostro modo di scrivere. Abbiamo molti ascolti in comune e ci intendiamo subito quando si parla di timbrica”. La ricerca del suddetto musicista e autore come produttore in studio avviene attraverso una chiara e sincera intenzione a mettere insieme mentalità in musica differenti, le quali scaturiscono un equilibrio armonico e funzionale: “Ascoltando le produzioni di Frankie ci siamo convinti che sarebbe stata la persona adatta a tirar fuori quello sporco di cui avevamo bisogno per questo disco e, visto che anche da parte sua c’era il piacere di lavorare con noi, non abbiamo esitato un momento per decidere”.

The Rootworkers, foto di Ivan Belardinelli.
Aldilà a di rivisitazioni di derivazione blues legate agli sviluppi che oscillano verso fine ‘900 e inizio Nuovo Millennio, il rimando alla cultura afroamericana popolare e risalente agli Stati Uniti d’America meridionali è maggiormente marcato, senza perdere l’identità del suono quanto più naturale. Catfish Blues, storico standard blues scritto originariamente da Robert Petway, ne è un fulgido esempio, la cui rivisitazione ha una funzione di climax – in senso non solo metaforico, con diretti rimandi alla storia del genere per via delle sue numerose rielaborazioni. “Catfish Blues è per noi la nostra cover d’eccellenza, non tanto perché è uno standard che è stato suonato da grandi come Hendrix o Gary Clark Jr, ma proprio per la sua duttilità”. Come riporta il batterista del gruppo, tale riadattamento è stato vissuto come molto personale, tant’è che nel corso del tempo si sono avvicendati diversi riarrangiamenti: “abbiamo dato a questa cover una struttura e un tiro personale, che ci rappresenta molto. Si presta moltissimo ad essere suonata live, cambiata continuamente e quasi improvvisata, ed è per questo che è una delle pochissime cover che abbiamo suonato live e la prima in assoluto che abbiamo registrato”.
Come è stato ribadito, in Don’t Beat A Dead Horse non mancano sonorità caratterizzate da armonie blues ma lievi, tradendo quanto più idealmente il trend dominante. Love Don’t Pay The Rent è un prologo o anticamera all’ascolto in cui l’aspetto agrodolce dell’armonia prepara per contrasto al dinamismo che ricorre verso l’epicentro del disco. In Desert la melodia si sviluppa in maniera acida e spontanea, in fede ad una ballad desertica con tratti anche barocchi e cantautorali. Inoltre il lato dualistico legato ai due approcci di scrittura ed esecutivi diversi, ovvero di dinamismo e la sensibilità melodica, si concretizza in modo equilibrato in It’s Gone (And It’s Alright).
Sebbene “omogenea”, la componente melodica risulta sapientemente curata a livello di regia del suono, controbilanciate dalle parti rumoristiche, essenziali o tradizionali, le quali, in senso immediato ed emozionale, sanno coinvolgere autenticamente autori/esecutori e audience, in entrambi le parti del discorso sonoro. Un’idea di blues che, sebbene per lo più esistente, può essere vista come un valore aggiunto a livello di intuizioni e soprattutto di approccio entusiastico e intrinseco al tempo reale.