PROMISES, PERIODICITÀ CHE CELA IL DIVINO
di Giovanni Panetta
L'attesa uscita di Floating Points, Pharoah Sanders e la Symphony London Orchestra, tra suoni sia analogici che elettronici, nel nome di pattern ripetuti che guardano alla Storia.
Promises

Cover di Promises (2021).

Si può dire che, come costante, Pharoah Sanders (nome d’arte di Farrell Sanders, originario di Little Rock, Arkansas) si è contraddistinto per una certa spiritualità nella sua filosofia musicale; essa è sempre stata arricchita dal concetto di ripetizione, il quale, come è avvenuto per molti artisti di quei tempi tra gli anni ’60-’70, aveva il suo retaggio nell’Oriente. Quel mantra, sotto forma di diverse immagini musicali e che prende vita per esempio in Izipho Zam (1973) attraverso un turbine free jazz che di declina in caos, o in espliciti richiami alla cultura indiana come accade nel suo contributo in Journey In Satchidananda (1971), firmato da Alice Coltrane. Il modo di suonare di Sanders è un frattale, dove in scale più piccole è possibile rintracciare un suono ondivago che si manifesta in senso ieratico, astratto, quasi anti-musicale: pattern che spesso si ripetono, poi note a mo’ di trilli, fino ad un suono riverberato che poi collassa insieme alla sua cornice. La cultura free jazz si astrae, e perde l’inclinazione hard bop/rhythm ‘n’ blues degli esordi, che potremmo rintracciare in autori come Ornette Coleman; anche per Pharoah le origini musicali sono proprio quelle stesse orchestrine rhythm ‘n’ blues in cui faceva parte, sviluppandosi, nell’ottica della sua formazione, negli incontri cruciali con John Coltrane e Sun Ra, e a quanto pare l’avventura ufficiale comincia dalla collaborazione col fantomatico saturniano, che lo battezzò “Pharoah”, e da quei pantaloni verdi a righe gialle che furono offerti da quest’ultimo a Sanders e che indossò con riluttanza dal momento che vestiva di stracci per via del suo vagabondare.

Il ruolo fondamentale di Sanders passa anche attraverso l’improvvisazione libera e direzionata dall’alto di Ascension (1966), il lavoro fondamentale di Coltrane tra A Love Supreme e l’album che ne dà l’ossatura, ovvero Free Jazz: A Free Improvisation di Coleman; un gioco di climi diversi nel nome del caos, tra il freddo dell’orchestrazione astratta del sassofono immerso in quel corposo gruppo di musicisti, e il caldo che si barcamena tra soul e blues. L’opera che meglio esprime la sua attitudine più astratta è senz’altro Black Unity, a nome di Sanders e del 1971; la cura del suono e il suo studio visto come ricerca del divino (un divino terreno che comunica con l’aulico e un piacevolmente esacerbante free jazz che si fa contaminare da evasioni quasi cosmiche) assurge a scopo primario, al ruolo di deus ex machina come direttore della musica in tutte le sue componenti, prima di sassofonista.

Il tocco del musicista è sempre stato contraddistinto, attraverso la periodicità o il rumore in chiave jazz, da un tocco di meraviglia imaginifico, onirico, di sospensione che cela una Verità più profonda. Il Velo di Maya che non può essere squarciato della sua discografia si svilupperà successivamente a Black Unity in un’altra direzione dal free jazz che guarda a John e Alice Coltrane, Archie Shepp, Don Cherry, Sonny Sharrock; quella tendenza spiritual lo porterà in suoni sempre più di estrazione ambient, in chiave fulgidamente free jazz. Pharoah del 1977 è nel segno di una psichedelìa progressiva in senso lato, dove quel suono più disteso predomina sulla formazione jazz dell’autore, senza che quest’ultimo si annichilisca del tutto in quello scenario.

Prosegue il suo percorso, che oscilla intorno a quelle polarità citate, fino ad oggi, dopo 18 anni dalla fatica del 2003 con Graham Haynes, With A Heartbeat, in cui il jazz si contamina con elettronica e hip hop, (da annotare altre comparse come ospite e uscite discografiche dal passato), dove il futuro è ancora una volta protagonista; parliamo della collaborazione con Floating Points e la Symphonic London Orchestra, ovvero Promises, uscito questo 23 Marzo per l’etichetta Luaka Bop, fondata da David Byrne.
Floating Points è Sam Shepherd, un musicista elettronico originario di Manchester, dove il processo di sintesi del suono è manifestato in forma tradizionalmente efficace, di riempimento dei vuoti in senso indirettamente barocco; i suoi lavori sono condizionati da un suono lisergicamente sintetico e in certi casi da un uso disteso, non aggressivo, di elevati bpm. Crush, del 2019, ne è un chiaro esempio; una psichedelìa che strizza l’occhio al futuro tra suono classico e innovazione, elaborato attraverso un recondito schema rumorista.

Pharoah Sanders e Floating Points

Pharoah Sanders e Floating Points di spalle. Foto di Eric Welles-Nyström.

Si può dire che Promises è unione di tutto questo; l’aspetto che più attira l’attenzione è quel pattern in cui suonano insieme piano, clavicembalo e celesta ad opera di Floating Points, il quale si ripete, si evolve rimanendo melodicamente immutato, e quelle tre istanze di musicisti ruotano intorno ad essi descrivendo delle spirali. L’atmosfera notturna, lisergica e onirica domina nell’album; essa si esprime anche attraverso l’occasionale intervento dell’elettronica di Floating Points, che amplifica quella iperuranica esperienza nell’ascolto del disco in senso sintetico.
Sanders partecipa nell’anima, come protagonista provvisorio e esprimendo la sua poetica che sempre lo contraddistingue, e quindi come deus ex machina nell’architettura del sound; un suono sospeso che rimanda alla sua componente spiritual jazz, oppure sonorità più cosmiche. Il sassofono compare in Movement 1, 2, 4, 5, 6 e 7, e tra Movement 4 e Movement 5 vive il suo picco più energico, anche se il tocco di Sanders è più pacato rispetto agli standard, ed è in linea con quella sospensione dell’album.
La Symphony London Orchestra dà l’ossatura al disco, e rilevante è il suo melodismo minimale, dove spicca il ruolo del primo violino in Movement 6, e di tutta l’orchestra nello stesso pezzo dove mal contiene lo una tendenza a crescere in modo sinusoidale.
Il lavoro è all’insegna dell’unione tra cultura analogica (sax e orchestra) del free jazz, e digitale dell’elettronica di Shepherd, dove quelle parti si rincorrono tra vuoti netti o amalgamati che celano il raggiungimento del divino, vera costante della poetica di Sanders, e un centro convergente terreno di Floating Points. Il senso è quello di fare della statica un moto inespresso, una dinamica manifestata attraverso quel suono minimalista di rimando a quell’origine orientale tanto cara a Pharoah.
Il disco si conclude con Movement 9, un epilogo della Symphony London Orchestra; un’anticamera nella quale si percepisce qualcosa di terminato, ma forse incompiuto; una fine che si astrae, ma che possiamo ricercare nella nostra immaginazione, nella ricerca in musica o altro. Qualsiasi cosa ci voglia dire questa parte del disco (essendo una volta convinti che la musica possa comunicare con la musica stessa), essa non è altro che un dio minore, e se esistesse un entità superiore è grazie al nostro ascolto attivo. Da una canzone statica, sospesa, siamo in grado di immaginare qualcosa aldilà/aldiqua, e quindi esprimere dinamicità in senso metafisico; un pensiero istintivo e profondo che non necessariamente deriva dalla nostra conoscenza, ma da un desiderio verso l’alto condiviso da tutti noi essere umani, accomunati dalle nostre associabili debolezze, e che superiamo attraverso un rapporto dove si alternano sensazione e immaginazione. Adusi al razionalismo piuttosto che al realismo, la nostra mente porta ad un processo di umanizzare l’ascolto, assimilare le parti attraverso un processo nel suo complesso di antropomorfizzazione, per cui un suono ondivago è manifestazione di un dubbio negli esseri umani; dubbio che in questo caso si esplica in forma esistenziale, probabilmente per via del sound introspettivo del disco, che abbraccia passato e presente per comunicare a più menti. Tale periodicità non disturba, e la sua luce da chiaro di luna ci induce ad una supplica contrastando il reale del quotidiano, infondendo una spinta verso l’alto contro ogni pragmatismo.

Pharoah Sanders e Floating Points.

Pharoah Sanders e Floating Points. Foto di Eric Welles-Nyström.

Un sound non necessariamente nuovo, ma da apprezzare per il suo minimalismo onirico e metafisico, e che riesce nell’intento. Il giudizio su Promises non deve distoglierci dall’attenzione ad altri lavori; il tutto va visto oggettivamente e non attraverso una luce distorta. Il disco di Floating Points, Pharoah Sanders e The Symphony London Orchestra è un disco da ascoltare, per cui meravigliarsi per il ritorno di Sanders, e per fruire un sempre diverso Floating Points. Facciamo nostro quello che vogliono esprimere questi musicisti. Amen.

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