
Cover di DSA.
Christian Muela è un suonatore di didjeridoo di origini italo-congolesi legato alla musica di ricerca, il cui suono ondivago e materico dello strumento si combina con elementi jazz e di musica elettronica. Con la versione rivisitata del progetto Ohm Sweet Ohm, che include Adriano Lanzi (elettronica) e Niccolò Friz (batteria), pubblica DSA (per l’etichetta Keep On Didjin Records), in cui la profondità acustica dello strumento aerofono di Muela si combina con le poliritmie lisergiche e patinate di Lanzi e l’energia incalzante di Friz.
Di seguito un approfondimento sull’ultimo lavoro a nome di Ohm Sweet Ohm e l’associato contesto con i tre componenti.
Christian, nell’album precedente con Marco Colonna, intitolato Fibre, l’impronta appare acustica e legata ad una scrittura meno premeditata rispetto gli altri lavori (il precedente Playing & Didjin più incentrato sulla elettronica dub e sonorità multietniche, mentre Shamanic è legato ad esperimenti con uno stile più timbrico). Il suono del didjeridoo si adatta ai movimenti del sassofono di Colonna, creando uno sfondo astratto e barocco allo stesso tempo. Parlaci dell’incontro con l’artista romano e del suddetto percorso creativo.
Christian Muela: “Il disco Fibre con il virtuoso di sax e clarinetto basso Marco Colonna è parte di un percorso di improvvisazione radicale, che ha origine con l’esperienza del trio Primitive Field, con Roberto Bellatalla e Ivan Macera (dialoghi strumentali ed evocativi di ambienti tribali e elettro acustici) completata con la partecipazione alle session di improvvisazione del Collettivo Franco Ferguson al Fanfulla (Roma), dove ho collaborato con diversi musicisti della scena romana e dintorni, nell’ambito di jazz contemporaneo e improvvisazione. In quel contesto ho conosciuto sia Adriano Lanzi (dal 2018 cura l’elettronica di Ohm Sweet Ohm) che Marco Colonna.
“La prima collaborazione con Marco è stata una registrazione nel 2015 e qualche concerto a Roma (un esempio è l’associazione Ninotchka che aveva sede a Centocelle). In seguito, c’è stata un’interessante collaborazione con Primitive Field che ha avuto luogo presso il Giardino Sonoro di Pinuccio Sciola, dove è possibile visitare e suonare (e risuonare) le pietre sonore, sculture megalitiche di arte contemporanea. In seguito i progetti artistici sono evoluti in diverse direzioni, nel mio caso rinforzando una visione della musica elettronica con il didgeridoo in generi musicali come trip hop, dub e techno (all’epoca esisteva già il gruppo Ohm Sweet Ohm, a cui hanno preso parte diversi musicisti, e anche un gruppo molto interessante della scena romana a cui ho preso parte in passato: Malatesta Analogic Tribe). Dal 2014 ad oggi ho progressivamente portato la mia attività verso le produzioni elettroniche, traendo al tempo stesso spunti per una musica più intuitiva e meno legata al pattern, alla circolarità delle ritmiche e soprattutto ad un’estetica sonora più legata alla didjeridoo music.
“In occasione della pandemia, le collaborazioni si sono fatte virtuali, ed è così che ho cominciato a creare le fondamenta della compilation Playing and Didjin (e anche nome della rassegna organizzata per due anni a Sweet Bunch). I musicisti con cui ho collaborato per la prima compilation erano per lo più suonatori di didgeridoo. Le numerose collaborazioni, e tutta l’attività di produzione hanno segnato due importanti svolte nel mio percorso: la nascita di Keep On Didjin Records (edizioni musicali legate al didjeridoo in collaborazione con l’etichetta Freecom music/DocMusic), il ritorno alla sperimentazione dell’improvvisazione con musicisti dello scenario Jazz e contemporaneo (Farzaneh Joorabtchi, Francesco Mascio, Luca Venitucci, Ludovica Manzo, Mauro Tiberi, Gianluca Bacconi). È questo il percorso che mi ha portato a contattare Marco Colonna per proporgli di registrare qualcosa di nuovo in duo. Durante la sessione ricordo un’importante osservazione di Marco, che mi propose di concentrarmi sulla dimensione timbrica andando oltre i loop circolari del didgeridoo. In effetti parte della mia ricerca per anni è stato proprio questo approccio, per cui non è stato difficile entrare nell’interpretazione delle musiche che poi sono diventate il disco di Fibre.”
L’elettronica di Adriano naviga in territori sperimentali legati ad un’eterodossia sghemba e sensibile verso l’elettronica colta o meno più storicizzata. In You Are Never Alone With The Lemurian Broadcasting Company il suono raggiunge elevati apici di platonismo musicale, in cui la larga austerità melodica in senso stocastico incontra la dinamicità incalzante della disposizione ritmica dei pitch. Come si lega questa tua creatività nel lavoro con gli Ohm Sweet Ohm, che riserva comunque dei tratti di manicheismo artistico in senso anche plastico?
Adriano Lanzi: “La mia lieta adesione a Ohm Sweet Ohm, sigla con cui Christian aveva già prodotto due album con una formazione completamente differente, altri collaboratori, prima di recuperarla con me e Niccolò Friz, ha a che fare con la mia voglia di coniugare danzabilità e sperimentazione, groove esplicito e ricerca. Ho visto una forte opportunità in questo senso con loro. Credo che uno dei modi possibili per definire questo approccio sia ancora con la denominazione di IDM, Intelligent Dance Music, una definizione desueta forse, perché legata ad esperimenti degli anni 90 e primi 2000, che abbiamo tuttavia cercato di integrare con un occhio a sviluppi più attuali, ma pure sensibile a cose ancora più antiche come la psichedelia storica, il krautrock, un certo gusto per la trasfigurazione dei timbri secondo la scuola elettroacustica, tutte cose che fanno parte del mio bagaglio, che mi appartengono (il primo album a mio nome, nel lontano 2004 fu prodotto da Hans-Joachim Irmler, tastierista dei Faust). E’ curioso che tu citi “Lemurian Broadcasting Company” un mio album ormai di più di dieci anni fa, passato piuttosto “under the radar” con l’eccezione di qualche utilizzo in ambito teatrale e di danza contemporanea, ma che a me piace ancora, in effetti il mio approccio alla sintesi elettronica oggi non è dissimile, lì però lo vedi in forma nuda, scarnificata (forse platonica come dici, nel senso di tensione all’essenza, all’idea). D’altra parte, al di là dell’elettronica, c’è sempre la mia anima di chitarrista, che in Ohm Sweet Ohm non esprimo ma fa parte di me, e si traduce anche in questo contesto in un’attenzione paritaria all’elemento melodico (magari microscopico, più accennato che compiutamente sviluppato, ma sempre presente) e alla tessitura armonica, alle stratificazioni. Nell’ottica di un lavoro di arrangiamento che è stato collettivo, questi elementi in “DSA” arrivano sicuramente da me.”
Come si evince in progetti come Flying Madonnas, il drumming di Niccolò è legato ad una dinamicità che in Ohm Sweet Ohm diventa più ordinatamente geometrica, senza perdere una espressività quanto più fugace. Come avviene questa impostazione comunicativa inerente alla sezione ritmica?
Niccolò Friz: “Grazie per la domanda, molto interessante per me che sono batterista, mi permette di analizzare l’approccio musicale che ho con gli Ohm Sweet Ohm. Prima di incontrare Christian e Adriano, ma anche contestualmente e successivamente, mi sono dedicato principalmente al math rock e al progressive e alla psichedelia (Not My Tempo, Dedalo In Fuga). Ho sempre apprezzato i tempi dispari, e mi sono abituato a cambiare pattern ritmico anche ogni battuta. Le dinamiche di volume, poi, erano quasi sempre medio alte, anche se negli ultimi brani in gestazione e mai editi di The Flying Madonnas stavamo sperimentando su atmosfere più portate e protratte nel tempo, in un certo senso affini a quello che facciamo con OSO. L’incontro con Christian e Adriano è stato per me un adattarmi completamente alla nuova forma e rinnovare il mio modo di suonare, per venire incontro alle esigenze sonore che si proponevano nell’insieme.
“Abbassare molto la dinamica del volume, e capire come mantenere e portare avanti la stessa atmosfera per la lunghezza di un brano completo, senza “l’obbligo” di stravolgere l’andamento, è stata una bella sfida, ed ora mi sento più padrone di questo stile. Non dover a tutti i costi trovare l’accento particolare e straniante e neanche dover necessariamente sovraccaricare di colpi e accenti, mi ha permesso di approdare ad una dimensione a me nuova, forse più “dritta”, ma che tiene conto delle sfumature e dell’atmosfera generale del brano. Anche l’aspetto più tecnico di andare insieme al ritmo elettronico creato da Adriano con l’Electribe, mi ha fatto avvicinare ad un modo di suonare a me sconosciuto in precedenza. I nostri brani partono solitamente con un ritmo della drum machine al quale io mi sovrappongo, o alle volte vado “contro”, cercando sempre di mantenere fluidità e danzabilità. Il didjeridoo suonato alla maniera di Christian, è stato per me una fantastica scoperta, mentre fin da giovane non sono mai mancati ascolti di trip hop, jungle e drum’n’bass, per cui trovarmi a suonare in questo contesto è un po’ la chiusura del cerchio.”

Ohm Sweet Ohm, da sinistra a destra: Christian Muela, Niccolò Friz e Adriano Lanzi. Foto di Benedetta Sanna.
Cominciamo a parlare di DSA, un lavoro all’insegna all’esplorazione sonora in senso anche molto originale, legata sia al navigare oltre culture più autoctone e sia intrinseca all’elemento dell’elettronica o in parte del clubbing. Come è avvenuto il vostro incontro e tale processo creativo e di produzione?
Adriano Lanzi: “Ho conosciuto Christian molti anni fa nel corso degli incontri periodici di pura improvvisazione del Collettivo Franco Ferguson. Poi ho avuto modo di capire più cose della sua sensibilità musicale quando, come membro e cofondatore del Collettivo Circuiterie che per quattro anni ha organizzato eventi artistici e musicali a Roma e non solo, ho ospitato i suoi Primitive Field per un evento presso il Nuovo Cinema Palazzo di Roma. La proposta di occuparmi io delle elettroniche per “rivitalizzare” Ohm Sweet Ohm risale più o meno a quel periodo. Niccolò è arrivato tramite gruppi di annunci musicali su social media credo, ma abbiamo legato da subito. Il lavoro è stato lungo, faticoso, ed è passato attraverso riflessioni, confronti, tentativi ed errori, lunghe pause (I lockdown non hanno aiutato) qualche volta scontri come è normale che sia, ma ne è valsa la pena, credo.”
Niccolò Friz: “Confermo quanto detto da Adriano, la ricerca per trovare una forma efficace per far comunicare bene due strumenti acustici come didjeridoo e batteria insieme ad uno elettronico, dal punto di vista tecnico ed anche pratico, è stata lunga e faticosa, ma credo che abbiamo raggiunto un ottimo punto! Basta dire che al principio mi sembrava di sovrastare tutto con la batteria, allora mi inibivo e non suonavo. Ora ho imparato ad usare gli ausili elettronici come ascoltare metronomo e a regolare vari suoni in cuffia, il che ci permette di fondere le nostre anime acustiche ed elettroniche.”
Mephisto naviga tra geometrie trip hop in maniera astratta, in cui il suono del didjeridoo descrive pattern complessi mentre l’elettronica e la batteria creano un contorno in senso più melodico o armonico. Il sound è legato ad uno stile più nuovo, che crea quel quid e colore in più nell’ottica di una release di ricerca quanto ballabile. Parlaci di questo ponte tra le due attitudini.
Adriano Lanzi: “Mephisto viene da certi pattern che avevo in griglia nel mio campionatore, facenti parte del “live score” per uno dei film muti che abitualmente sonorizzo, “l’Uomo con la Macchina da Presa” di Vertov. Li ho un po’ cambiati e adattati agli stimoli e alla sponda di arrangiamento che mi venivano da Christian e Niccolò. Sicuramente è uno studio sulle interazioni ritmiche sofisticate. I miei pad vengono mangiati da un tremolo che varia tanto in ampiezza quanto in suddivisioni metriche, oppure infierisco su di loro con dei “collassi” periodici del pitch; il respiro del didgeridoo è particolarmente “spezzato”, lavora sugli accenti, e credo che anche i break di batteria con quel piatto frenetico in trentaduesimi creino un bel “movimento”. Meno male che c’è il violino elettrico di Ambra Chiara Michelangeli a garantire una tessitura orizzontale, un drone continuo (in realtà portatore di movimento intelligente anch’esso, ma più sottile) che penetra nelle maglie di questo patchwork ritmico schizzato e le permea di un timbro saldo e unitario!”
Dalla forma più flessibile è Moody Visualization, in cui la voce di Laura Desideri divaga in labirinti vocali ellittici e ariosi. Il suono del didjeridoo permea le frequenze più basse attraverso un suono muschioso, mentre elettronica e beat conferiscono un ornamento esterno con figure musicali più levigate. Una traccia ambivalente che rimanda ad un esotismo più astratto; ci volete parlare di come avvengono i suddetti contrasti?
Christian Muela: “Moody Visualization è tra i primi brani che a mia memoria ha evocato un’atmosfera ammiccante, e seducente come descrivi nell’esotismo più astratto. La prima esecuzione che ha raggiunto il core emozionale è stata un “bis” in versione più improvvisata del pezzo, durante il primo concerto della formazione attuale, presso il Circolo Ibidem, subito dopo la pandemia. Per comprendere il mood, occorre lasciarsi andare ad una visione sinestetica di colori e luci che suggeriscono lo stato d’animo, al limite della lucidità, che ha ispirato la musica: un ambiente urbano di luci soffuse, atmosfera satura, intensa, ma senza continuità, come in sospensione durante le ore più crepuscolari. La sintesi di questo brano è in effetti un parallelismo nelle sensibilità della nostra formazione e della voce ospite, NudaVox nome d’arte di Laura Desideri, l’equilibrio tra le soggettività della parte strumentale e di quella vocale. A parer mio, ognuno rappresenta uno stile e una sintassi narrativa dei suoni ed è un po’ un’operazione alla “cadavere squisito”. Precursore di questo approccio è stato Marcel Duchamp tramite opere che, decontestualizzate dal proprio ambiente, prendevano nuova vita. Per tornare sul cuore del brano in ottica di produzione contemporanea, la società urbana che viviamo è bombardata da mille suggestioni visive.
Niccolò Friz: “L’apporto della voce usata come strumento di Laura Desideri, si inserisce perfettamente in questo brano che viaggia in una dimensione eterea.”

Ohm Sweet Ohm live @ Corte dei Miracoli, Siena. Foto di David Legrand.
Lost In The Subway Junction, già pubblicata in un’altra versione come singolo nel 2022 e caratterizzata da tonalità più scure, è caratterizzata da un suono centrifugo, in cui una certa omogeneità incontra pattern granulari o strutturati a spicchi dalla forma ellittica e luccicante; un pezzo nella sua essenzialità ludico ma al tempo stesso elegante. Quali sono state le reali intenzioni con questo brano?
Adriano Lanzi: ““Lost”, pezzo abbastanza folle in senso poliritmico (un “sei” su un “quattro” ma scandito in maniera diversa a seconda delle sezioni) è come dici tu un gioco – tuttavia il gioco non è mai uno scherzo per me, è una cosa seria. Ti ringrazio per “l’eleganza” che gli riconosci. L’elemento sicuramente ludico, un po’ ironico un po’ con il pedale del gas del gusto dell’assurdo premuto a tavoletta, è proprio nell’evocare l’immagine straniante del titolo, l’essere persi nell’hub di un underground di qualche megalopoli, forse orientale, in mezzo a stimoli sonori che collidono, contrastanti, e questi campioni di glossolalie completamente “mangiati”, a stento riconoscibili. Mi piaceva l’idea di spingere la sensazione di spaesamento oltre il livello di guardia. Quando il registro di qualcosa si fa “grottesco”, cioè letteralmente fuori proporzione, la reazione più sana è anche una risata liberatoria.”
Niccolò Friz: “Lo spaesamento nell’attraversare un mercato di una metropoli, scendere poi tra i binari e salire camminando su scale mobili per approdare a spazi grandi come possono essere le stazioni, poi ripartire.”
Nella struttura di Luvah viene risaltato l’elemento del ritmo, in cui il suono del didjeridoo ricalca l’utilizzo della tecnica beatbox mentre gli altri strumenti si accompagnano allo stesso magma adrenalinico di beat. Come avviene tale istanza percussiva nel pezzo in senso più iconico rispetto tutto il lavoro discografico?
Adriano Lanzi: “Il titolo fa riferimento a uno dei quattro Zoa, le entità in cui viene suddiviso Albion, l’essere umano primordiale (o cosmico) nella personalissima mitologia di William Blake. Luvah rappresenta “l’amore” nel suo aspetto più passionale e di energia tellurica. È uno dei pezzi più “open form”, e anche più improvvisati, di tutto il lavoro. Laura fa i suoi numeri con la voce…”
Niccolò Friz: “Durante la pandemia abbiamo avuto modo di suonare a distanza la prima forma di questo brano e ho trovato l’ispirazione pensando inizialmente a contesti industriali e poi a fluida libertà.”
Christian Muela: “In questo brano in particolare suono il didgeridoo come strumento-voce, appunto usando tecniche simili alla beatbox, overdrive e armonici, combinati con accordi di voce, che rinforzano la tonica nota principale del drone. L’ispirazione per questa tecnica viene da un altro musicista di didgeridoo, Ondrej Smeykal, famoso tra i didgeriduisti come avanguardista della tecnica del Parallel playing. All’origine del pezzo c’è una rielaborazione di un vecchio brano di Adriano, che è stata rinforzata dalla batteria suonata da Niccolò, mentre la mia parte nelle prime versioni in concerto era principalmente improvvisata, ancora non lontana dal risultato finale. E’ stato in fase di produzione per il disco che ho sperimentato diverse tecniche tra cui parallel playing e overdrive. L’idea timbrica ha portato ad un’idea di “sound design” suonato: ad un certo punto ho visualizzato il suono di una motosega, e ammetto che è stato molto divertente apportare questa frenesia ritmica. In fase di registrazione ho usato delle tecniche di ripresa microfonica molto particolare (e poco ortodossa) utilizzando più microfoni, tra cui uno all’interno del didgeridoo stesso, per facilitare la ripresa della tecnica di beatboxing. Il risultato complessivo è un fluido magmatico. Laura Desideri, ha saputo interpretare magnificamente le onde ritmiche con stratificazione di voce che creano spaesamento e dissonanza.”