Intervista a Gioele Valenti su Giuda Mio Fratello
di Giovanni Panetta
Intervista a Gioele Valenti (Juju, Herself) sull'ultimo progetto Giuda Mio Fratello e l'esordio Italia Infame (Fat Sounds).
Italia Infame

Cover di Italia Infame.

Gioele Valenti è un autore e musicista palermitano, storico componente dei Lay Llamas, oltre che di Rebekah Spleen e Foreyard, e confluito successivamente in progetti tuttora attivi, nonché differenti come forma ed intenzioni, ovvero Juju e Herself. A Gennaio 2026 esce l’esordio Italia Infame (per l’etichetta Fat Sounds, legata alla scena di Palermo) a nome della sua ultima creazione, ovvero Giuda Mio Fratello, in cui partecipano Ornella Cerniglia (piano, già in Herself e anche attiva come autrice e pianista solista), Andrea Chentrens (batteria, già in Juju, Herself e Saint Mary Candy) e Laura Caviglia (basso, in Silver Y e Saint Mary Candy). L’ultimo lavoro segna un distacco più marcato rispetto le produzioni precedenti di Valenti, nel quale domina un modo di scrivere legato ad un song writing dal carattere nazionale ma autenticamente iconoclasta rispetto la tradizione.

In merito a Giuda Mio Fratello ne parliamo insieme a Gioele Valenti, approfondendo in parte il precedente percorso artistico.

Parlaci di come nasce Juju e quali sono gli intenti. Rispetto a Herself l’impronta afrobeat è più marcata, non a caso in Maps And Territory (per Fuzz Club) collabora Goatman dei Goat, altro progetto le cui origini ambientali si legano relativamente di meno a retaggi yoruba; già nel 2016, anno di pubblicazione dell’esordio omonimo (per Fuzz Club), tali sonorità erano poco contemplate in territorio nazionale con respiro internazionale. D’altra parte il suono attinge in gran parte da sonorità mediterranee o in parte mediorientali, per via di una componente acida che interviene armonicamente, anche se in maniera più ridimensionata. Quali sono in merito le più dirette influenze?

“JUJU nasce intorno al 2014. In quel periodo ero stabilmente coinvolto in un altro progetto, i LAY LLAMAS, insieme a Nicola Giunta. Con loro abbiamo pubblicato OSTRO per la britannica Rocket Recordings, un disco che ha avuto una circolazione molto forte soprattutto all’estero e che è diventato quasi un culto nel circuito della neo-psichedelia, in particolare dell’occult psychedelia. Quell’esperienza, in cui mescolavo psichedelia, letteratura lisergica e un’attitudine post-punk, è stata fondamentale. Da lì è nato JUJU: inizialmente come un’esigenza più personale, con le prime uscite su un’etichetta americana, la Sunrise Ocean Bender. Già dal secondo disco, Our Mother Was A Plant, ho firmato con la Fuzz Club, con cui ho poi inciso quattro album. Questo passaggio ha segnato l’inizio di una fase molto intensa, fatta di tour e collaborazioni internazionali, tra cui GOAT e Julie’s Haircut, e di un riscontro importante da parte della critica estera, con articoli su riviste come The Quietus, MOJO e Record Collector. Dal punto di vista sonoro, JUJU si muove tra post-punk, psichedelia di matrice anni ’70 e una forte componente esotica e africanista. Anche l’esperienza di tour in Europa, spesso come supporto ai GOAT — sia con i LAY LLAMAS sia con Josefin Öhrn, nella cui band ho suonato per un periodo — ha influito molto sul mio modo di concepire suono e attitudine. Credo che, proprio per la sua genesi e per il percorso costruito nel tempo, JUJU rappresenti qualcosa di piuttosto unico, non solo nel panorama italiano.”

Herself richiama maggiormente l’ultimo progetto esordiente, ovvero Giuda Mio Fratello, in cui una componente barocca permea la produzione di Spoken Unsaid. Ma due tendenze ricorrono spesso delineando un mix quanto più specifico; oltre al rimando a Eels e Sparklehorse, un sound oscuro con influenze in parte alla sperimentazione italiana (in larga parte cinematic/exotica). Parlaci della storia del progetto e come si lega con gli altri lavori.

“HERSELF nasce agli inizi degli anni Duemila. Dopo un primo demo, il progetto viene notato dalla Jestrai Records, la prima etichetta dei Verdena, ed è proprio Luca Ferrari a segnalare un disco come possibile produzione per la label. Da lì prende avvio il mio percorso con HERSELF. Il suono è fortemente influenzato dalle band che hai citato e, nel corso degli anni e delle diverse produzioni, il progetto ha accumulato molta strada ed esperienza, arrivando anche a collaborazioni importanti, come quella con Jonathan Donahue dei Mercury Rev, band che ho avuto modo di supportare durante un breve tour italiano. Parliamo, credo, di un bedroom songwriting di matrice angloamericana. Tra le influenze principali citerei, oltre a quelle da te menzionate, Palace, Bonnie Prince Billy, Band of Horses, e molti altri. Sono d’accordo anche con l’accostamento ai primi lavori di Giuda Mio Fratello — progetto che coinvolge Ornella Cerniglia e Andrea Chentrens, già membri di HERSELF, con l’aggiunta di Laura Caviglia — soprattutto per quanto riguarda alcune nuance da ballad elettroacustica e un certo intimismo strutturale. Per quanto riguarda JUJU, invece, siamo su coordinate decisamente diverse. HERSELF, come dici tu, mantiene un’attitudine sperimentale, soprattutto legata a un’estetica DIY, che resta uno degli elementi centrali del progetto.”

Qual è la storia e le intenzioni che si celano dietro Giuda Mio Fratello, e come mai si lega maggiormente alle tue radici geografiche?

“Giuda Mio Fratello lo considero un progetto nato da un’esperienza molto mediata, filtrata dal mio essere cittadino italiano e da una necessità di presa di posizione che è prima di tutto civica ed estetica, più che politica in senso stretto. La storia della nostra Repubblica è un pozzo nero fatto di omicidi, stragi e rapporti di forza geopolitici profondamente squilibrati, e credo sia impossibile ignorare questo contesto. Fino agli anni Settanta, i cantautori cosiddetti “impegnati” raccontavano il mondo che li circondava. Oggi, invece, l’edonismo liquido che caratterizza il nostro tempo ha in larga parte soppiantato l’esigenza di uno spirito critico. A me piacerebbe tornare a sentire artisti capaci di accendere fiaccole, di testimoniare una storia collettiva che, se dimenticata, rischia di consegnarci sempre di più a un potere politico progressivamente più coercitivo e totalitario. L’obiettivo — almeno nelle intenzioni — è fare in modo che alcune verità scomode possano essere canticchiate dalle persone, veicolate attraverso ciò che una canzone pop può offrire: una melodia accessibile, anche quando il contenuto è tutt’altro che rassicurante.”

Casellario Giudiziale, come anche Povero Fulvio e Italia infame, la titletrack dell’album, richiamano situazioni familiari nel contesto nazionale più vicino a noi, scena musicale compresa, attraverso un linguaggio quanto più esplicito e con classe. Un approccio ad una stile cantautore che si rivela personale e al tempo stesso idiosincratico. Esistono altre realtà come punti di riferimento della vostra poetica o nascono per lo più da un approccio e attitudine individuali?

“Se per altre realtà intendi band che, nel tempo, hanno saputo testimoniare in modo critico un’esperienza profondamente italiana, allora direi decisamente di sì, e attraversando i più disparati ambiti di genere. Dai CCCP ai CSI, passando per Offlaga Disco Pax, ma anche per gruppi punk come Nerorgasmo e Negazione. E, spostandoci verso territori più mainstream, penso a figure come Fabrizio De André, Rino Gaetano, Piero Ciampi e a molte altre decine di cantautori. Oggi, invece, la quasi totale assenza di voci realmente non allineate mi sembra piuttosto allarmante. In Giuda Mio Fratello la micro-storia individuale — personale e soggettiva — è sicuramente centrale, ma si aggancia sempre, anche a livello testuale, a una dimensione collettiva. È un movimento che va dal particolare all’universale, ed è lì che il progetto trova il suo senso più profondo.”

Giuda Mio Fratello

Giuda Mio Fratello, foto di Viviana Bonura. Da sinistra a destra: Laura Caviglia, Ornella Cerniglia, Gioele Valenti e Andrea Chentrens.

Ispirata al cantautorato alternative italiano per quanto riguarda la musica (il testo sembra più legato al nostro tempo), Notte Nel Cuore è il pezzo più accessibile ma di cui gode di un’estetica particolarmente elegante rispetto gli altri pezzi. I tempi funzionali e le intuizioni cromatiche che spesso hanno vita a sé rendono il tutto un classico brano pop con sfumature nichiliste e romantiche. Parlaci delle motivazioni dietro questa traccia. 

“Il brano ha un’estetica decadente, e “ingenuamente” nichilista, penso; da un punto di vista formale, credo tragga ispirazione da cantautori come Tenco, Fortis e De André, gente che non aveva timore di attirare particolari ire di un politicamente corretto (che se c’era, era mediato da un minimo di buon senso, a quel tempo) che oggi rende praticamente impossibile la formulazione di un pensiero scuro, legato ai movimenti profondi dell’inconscio che – si sa -, si muove al di là del bene e del male. Esistono pulsioni e realtà ontologiche che la società odierna ha espulso dall’orizzonte coscienziale, come la morte e la violenza. Eppure la società è permeata a tutti i livelli di violenza – di “genere”, per intolleranza, economica; la società che carbura a odio… Penso sia un paradosso funzionale alla narrazione dominante, fatta di pura ipocrisia. E il riconnettere la coscienza a pulsioni soggiacenti a una socialità malata, penso sia uno dei compiti dell’artista. La canzone, credo in linea col manifesto del progetto, utilizza una struttura molto classicamente pop (e quando parlo di pop, parlo di Beatles) per veicolare suggestioni e riprodurre un quadro dei rapporti tra le persone molto malato. Non è un’apologia, ma è una canzone che parla di odio, ovvero amore a testa in giù.”

Parenti Stretti è il pezzo con cui si chiude il disco, in cui si delinea il vissuto di una famiglia italiana durante i festeggiamenti di una ricorrenza religiosa, insieme all’intento quanto più esplicito di far deviare la narrazione verso l’intimo decadente dei personaggi rispetto la solennità formale del contesto. Una chiusura quanto mai dirompente con cui, attraverso tutto l’ascolto, si arriva a scalfire drasticamente l’individuo e le sue certezze. Cosa volevate trasmettere con questo epilogo?

“Sai, quando scrivo, raramente mi prefiggo un obiettivo che, semmai, prende forma in divenire; l’affresco che ho voluto delineare, man mano che la canzone prendeva concretezza, è sempre lo stesso; se a livello collettivo, l’ipocrisia del doppio standard è funzionale a una logica di sistema, a livello individuale, quello stesso schema viene riproposto nelle famiglie, negli ambienti di lavoro, nelle amicizie, dove la rappresentazione, è di gran lunga più importante della cruda realtà, dove la mappa (di comportamenti, emozioni, legami) straborda sul territorio. Quando sono in una stanza con delle persone, provo a sentire cosa si agita sotto le convenzioni, è ciò che vedo è quasi sempre un branco di lupi mannari, che semplicemente hanno perso il pelo (per citare parte del testo). Non è una canzone contro la ritualità, o la “sacralità”, che sono cose eminentemente umane e forse la parte più importante di questa macchina biologica che splende e caca, ma è una canzone contro le apparenze, contro un buonismo vuoto, che ha svuotato di contenuto ogni pulsione alta.”

 

 

Share This