
Cover di Memoria de The Glass Key.
Andrea Giommi, noto musicista da tempo di stanza a Londra (storicamente legato agli Edible Woman), negli ultimi due anni ha pubblicato due dischi rispettivamente con i progetti Sons of Viljems (Lithospheric Melodies, per Disasters By Choice) e The Glass Key (Memoria, con l’etichetta Echodelick per gli USA e Weird Beard per UK e Europa). Il primo progetto è un collettivo capitanato dallo stesso Giommi e il bassista Nejc Haberman, mentre il secondo è un trio costituito insieme a Nicola Lombardi (chitarra) e più recentemente anche dal batterista Frank Byng. Progetti e lavori molto diversi tra loro, che però comprovano il potenziale creativo, non solo eterogeneo, di Giommi insieme alla sua capacità di entrare in armonia musicale con i suoi collaboratori come anche con gli ascoltatori in maniera più diretta.
Ne parliamo più approfonditamente insieme allo stesso Andrea riguardo i due progetti e le produzioni appena menzionati.
Cominciamo dai Sons Of Viljems. Assistendo al vostro suono dal vivo (Punk Funk, Palermo, 08/11/2025), ho notato una netta differenza con i pezzi eseguiti e prodotti in studio. Un’energia profonda, in più accezioni, permea il sound in tempo reale ed entusiasma in ondate sempre variabili ed elastiche l’antistante target del pubblico. Il suono di Lithospheric Melodies appare in un confronto più cameristico o barocco, il cui approccio live potrebbe rispecchiarsi nella composizione allo stesso modo libera ed elegante, con una certa complessità istintiva, che risiede soprattutto nei dettagli. Come nasce questo divario tra i due approcci?
“Grazie della bella domanda. Il live a cui hai assistito a Palermo era parte di un mini tour in trio. Quando suoniamo con quella formazione scarna e diretta tendiamo ad essere più aggressivi e danzerecci. Il nostro approccio dipende anche dalla risposta del pubblico e dal tipo di sala e di suono che ha la venue in cui ci esibiamo. Durante i due anni di ‘Lithospheric Melodies’ abbiamo suonato con diverse formazioni e soluzioni live. Per esempio, abbiamo integrato il sitar di Shama Rahman in live al Servant Jazz Quarters a Londra e all’Half Die Festival a Roma; abbiamo suonato con Matjaz Mlakar al sassofono nel nostro ultimo live al Victoria a Londra, nonché come duo al Gute Stube di Darmstadt. Abbiamo fatto concerti con la calabash al posto della batteria. Siamo un progetto multiforme in cui convergono approcci e gusti molto diversi.”
Parlaci più nello specifico su come avviene il processo creativo dell’album, a livello di scrittura e di concretezza delle tracce incise in studio. Con pezzi come The Nephew Of Viljems (pezzo più rigorosamente in chiave post-rock) e Lithospheric Patterns (legato ad un carattere ambientale e maestoso nell’arrangiamento) sperimenti una scrittura classicista ma libera dai canoni tradizionali con un approccio quanto più personale. Come nasce il processo creativo di questo lavoro?
“In Sons of Viljems la composizione parte quasi sempre dal basso. Un loop sulle note più gravi e una o più melodie sulle note alte sempre sul basso. A questo si aggiunge la chitarra o la voce o entrambe. Questo è il processo nel 90% dei casi. Nejc Haberman è un vero maestro della composizione. Il disco poi presenta tanti altri suoni elettronici o acustici (viola, sassofono, voci femminili, drum machines, synths) perché ci piace arrangiare e includere musicisti che amiamo e che ci possono offrire soluzioni che noi non abbiamo nelle nostre corde. Su The Nephew of Viljems la scrittura è divisa a metà tra me e Nejc, Lithospheric Patterns è una composizione per solo basso su cui ci siamo divertiti ad innestare archi, synth ed altro. Un trattamento alla Penguin Cafè Orchestra.”
Memoria è il primo album a nome The Glass Key; un lavoro che colpisce non solo per la varietà, ma anche per la riuscita e l’esaustività stilistica di ogni idea artistica che trova un suo definitivo palesarsi. Qui afrobeat, jazz, nonché un modo più scultoreo di utilizzare l’ambient trovano spazio per un quanto più coeso compimento. La titletrack consiste in quello che potrebbe essere visto come un omaggio ai norvegesi Goat, in cui convergono come cornice elementi ambient e dub. Qui il suono appare come anticamera ad un album complesso, il cui artigianato nella scrittura si fa empaticamente più organico nella successiva You Can’t Be Any Poorer Than Dead, in cui emergono complessità di stampo math rock sintetico. Come si realizza, a livello di idee e produzione, tale aspetto eterogeneo a livello geografico, come unione di cultura occidentale e quella generalmente più esotica?
“Di ‘Memoria’ sono felicissimo. In The Glass Key c’è una combinazione di musica elettronica (drum machine – synths – arpeggiators), loop di chitarre e batteria o percussioni acustiche. Io amo i Goat ma gli ascolti nella band sono piuttosto eterogenei. Tuttavia il risultato deve avere una natura psichedelica perché sempre più ci stiamo avvicinando a quella scena, vedi la nostra etichetta the Weird Beard, o Otherside Promotions che è il promoter che organizza il nostro release party a Londra. Nicola (il nostro chitarrista) ha un passato come chitarrista di fingerpicking folk con Uyuni, e il nostro batterista suona con Snorkel, This is not This Heat, Daniel O’Sullivan. Veniamo da un mondo di alternative rock, tanto quanto dalla scena sperimentale, avantgarde, etc… l’elettronica e il songwriting, che sono principalmente di Nicola, tengono tutto assieme.”
All’interno del disco si utilizzano il più delle volte due elementi che trovo generalmente antitetici, ovvero la tendenza a inserire schemi di pendoli nella struttura musicale, i quali appaiono spesso facilmente distinguibili dal resto, e la libertaria espressività dell’aspetto matematico. Bend Sinister e The Age of Reason realizzano al meglio tale idea di sintesi, che converge come contrappunto conclusivo ad un lirismo consonante che appare armonico nella narrazione strumentale. Come avviene tale stratificazione nella vostra scrittura?
“Non sono sicuro di comprendere appieno, ma quello che posso dire è che The Glass Key secondo me riesce ad essere un progetto matematico – ritmico tanto quanto un progetto legato a melodie e songwriting. Nel fare questo sacrifica derive più estreme verso cose ‘free’ e/o puramente avanguardistiche. Punta ad essere travolgente dal punto di vista ritmico e avvolgente dal punto di vista melodico. Le tracce che hai menzionato sono per me un esempio di ritmica forsennata alla ‘Remain in Light’ dei Talking Heads, e musica horror misterica alla Howard Shore. In ‘The Age of Reason’ ci sono anche elementi alla Stereolab e Jim O’Rourke, che sono le mie cose preferite in assoluto.”
L’album si chiude con A Map Of The Darkest Clouds, un bordone dark ambient che sorprendentemente compare nell’album. Un probabile modo di risalire tempeste lucenti verso un etere oscuro, il cui sviluppo sonoro si sospende in un finale incompleto. Una coda che potrebbe essere autoconclusiva o interrompersi per il suo prosequio ostico in una propria esplicazione. Parlaci del significato che associ a questo epilogo.
“A Map of The Darkest Clouds chiude il primo lato nella versione in vinile; non c’è una ragione precisa, direi che è un passo più deciso verso un’astrazione che è sottesa in tutte le altre tracce. È un pezzo scritto anche quello in verità, con il sax di Colin Webster (Idles) a sporcare il tutto. È un brano che rivela ciò che è sotteso negli altri brani. Ad un certo punto tutta la luce se ne va e rimane solo questo drone.”