
Caveiras, foto di Utopie Clandestine.
I Caveiras sono un trio formato da Zé Caveira (voce, sampler, percussioni), Diabo Branco (basso, percussioni) e Bicho (batteria) legato originariamente a band della scena di Firenze e dintorni, costituita da To The Ansaphone, Bud Spencer Drunk Explosion, Miranda, Tribuna Ludu, e più recentemente Sex Pizzul, accomunati da un approccio generalmente ibrido tra post-punk e no wave. Dopo sei anni dalla precedente uscita (lo split con gli Arabia Saudade, De Volta à Liberdade/Le Petit Senegallia), viene pubblicato Guerra Total Na Boca Do Lixo per UR Suoni il 16 Febbraio 2026. Nell’album ricorrono elementi derivati dalla Quimbanda, culto religioso brasiliano legato alla magia nera, nonché ad aspetti materiali e di conservazione, e praticato in gran parte dalla working class locale (un’idea di spiritualità contrapposta storicamente all’Umbanda, altro culto del luogo legato maggiormente ad energie positive e al suo esercizio da parte delle classi più agiate). Il concetto di Quimbanda nei Caveiras si unisce all’energia ritmica e ossessiva del post-punk con elementi funk e reggae di Gang of Four e PIL, nonché The Pop Group al cui leader Mark Stewart, scomparso nel 2023, è dedicato l’ultimo disco del trio fiorentino.
In merito agli sviluppi dei Caveiras nel corso del tempo e a Guerra Total Na Boca Do Lixo, approfondiamo l’argomento con uno dei componenti del progetto, ovvero Zé Caveira.
Come nasce il progetto Caveiras, quali sono state le intenzioni con quest’ultimo progetto e l’imprinting sul pubblico?
“I membri dei Caveiras condividono un background artistico significativo, espressione di un vissuto ben preciso. Intorno alla metà degli anni ‘00, nell’area metropolitana Firenze-Prato-Pistoia – zona da cui tutti proveniamo – si è sviluppata una fiorente scena underground. All’epoca, alcune formazioni esordienti sembravano mosse da un intento comune: reinterpretare la commistione fra groove, rock e psichedelia dei vari Can, Neu!, PIL, Gang of Four, Pop Group etc. alla luce di un’estetica contemporanea (quella, per esempio, che derivava dall’avvento dell’elettronica). Tra i nomi coinvolti c’erano To The Ansaphone, Miranda, Bud Spencer Drunk Explosion, Tribuna Ludu e, un po’ più tardi, Sex Pizzul. Sebbene all’epoca suonassimo in formazioni differenti, il nostro percorso comprende oltre un decennio di eventi e attività musicali in comune, cosa che ci ha portato a influenzarci reciprocamente. Di conseguenza, quando siamo confluiti nei Caveiras, non è stato difficile trovare affinità artistiche. Per le stesse ragioni, è abbastanza naturale che i Caveiras possano ricordare le summenzionate formazioni, soprattutto per quel che riguarda l’attenzione alle ritmiche. Le differenze rispetto al passato, a mio parere, sono soprattutto due: una maggiore consapevolezza dei propri mezzi e una vena compositiva meno derivativa. Le intenzioni per questo progetto non erano diverse da quelle di sempre: dare vita a una musica estremamente fisica, viscerale, liberatoria e dionisiaca. Il pubblico per fortuna sembra averci seguito, dato che l’impulso a muoversi a tempo è una delle reazioni più comuni ai nostri concerti.”
Le prime due uscite discografiche più estese, Cidade Oculta e lo split De Volta à Liberdade/Le Petit Senegallia con gli Arabia Saudade, risultano essere più ruvide musicalmente, legate maggiormente al rumore in modo lateralmente più DIY o lo-fi. Come si è sviluppata quest’ultima parte, e come avviene parallelamente con il progetto UR Suoni? Inoltre come avviene la collaborazione con gli Arabia Saudade, in che modo è avvenuta data la condivisione della lingua portoghese nei testi?
““Cidade Oculta” e “De Volta à Liberdade” sono stati registrati e mixati da noi, nel nostro studio casalingo. All’epoca non c’erano i mezzi (e forse nemmeno la volontà) per produrre qualcosa di più ambizioso. Tieni conto che Cidade Oculta lo abbiamo registrato ancora prima di diventare una band a tutti gli effetti. All’epoca eravamo in due, non avevamo mai suonato dal vivo, e stavamo cercando il nostro suono. Quindi è perfettamente normale che quegli EP suonino più DIY e lo-fi rispetto a Guerra Total Na Boca Do Lixo. Questa volta volevamo puntare più in alto. Eravamo consapevoli di quello che stavamo facendo e avevamo fiducia nella qualità del nuovo materiale. Di conseguenza, eravamo pronti a investire più tempo, denaro e risorse nella produzione di un disco. Inoltre, lavorare con persone esterne al gruppo – Niccolò Gallio per quanto riguarda le registrazioni, Edoardo Fracassi per quanto riguarda mix, mastering e co-produzione – ci ha permesso di confrontarci con altre teste pensanti, allargando lo spettro delle possibilità. La collaborazione con gli Arabia Saudade per “Le Petit Senegal(lia)/De Volta à Liberdade” è stata frutto del caso: mentre nascevano i Caveiras, il nostro amico Giuseppe Laricchia (che non frequentiamo quotidianamente, dal momento che vive a Milano) fondava gli Arabia Saudade. Chiacchierando, è venuto fuori che entrambi stavamo impostando i nostri futuri progetti musicali sulla commistione fra punk e musica brasiliana. Registrare uno split ci è sembrata la maniera più sensata per celebrare questa fortuita convergenza di intenti.”
Apporto di produzione e di scrittura si sviluppa ulteriormente Guerra Total Na Boca Do Lixo, in cui appaiono elementi dell’immaginario esoterico brasiliano e al concetto della Quimbanda. Il tutto si lega ad una componente eterea e al tempo stesso fisica e oscura, attraverso l’incedere di ritmi ossessivi e trame lisergiche legate in parte al post-punk. Quali sono gli intenti e come si esplicano in questo modo?
“La Quimbanda è una religione sincretica con influssi africani praticata da larga parte della popolazione Brasiliana, nello specifico dal segmento che corrisponde alla classe lavoratrice nera o meticcia. Il nostro interesse verso questo culto nasce dal fatto che viene spesso inquadrato (erroneamente) in un contesto satanico. L’equivoco è dovuto alle entità spirituali con cui si relazionano gli adepti – denominati Exus e Pombas Giras – che vengono evocate per conseguire obiettivi prettamente materiali: denaro, potere, amore, vendetta o, al contrario, protezione contro il malocchio. Questo semplicemente perché la Quimbanda è una religione che si occupa di questioni terrene, e non di elevazione spirituale. Non a caso i suoi colori sono il nero e il rosso, ovvero i più lontani dal bianco (che rappresenta la luce). Ma questo non la rende necessariamente una credenza votata al male. Se ci pensi bene, l’atteggiamento di un quimbandeiro non è diverso da quello di un qualunque bracciante cattolico nell’Italia del secondo dopoguerra. Il rapporto di questi ultimi coi Santi, come narrato da De Martino in “Sud e Magia”, è straordinariamente simile a quello che un seguace della Quimbanda ha con gli Exus e le Pombas Giras. Gli equivoci, in questo contesto, sono dovuti all’interpretazione data dalla classe dominante, ovvero dai discendenti dei colonizzatori Europei, bianchi e cattolici. Insomma, l’ennesima dimostrazione che i concetti di bene e male non sono assoluti. Per tutti questi motivi, la Quimbanda ci sembrava un culto intrinsecamente rivoluzionario. Il fatto che i suoi colori coincidessero con quelli dello stendardo anarchico, peraltro, pareva in qualche modo supportare la nostra interpretazione. Abbiamo finito per renderla una parte sostanziale dell’immaginario dei Caveiras. La sua estetica oscura e misteriosa ha conferito un ulteriore livello di fascino alle composizioni (influenzandole, spesso e volentieri, anche in termini prettamente musicali) e, per i motivi sopracitati, si è sposata perfettamente con le istanze politiche dei nostri testi.”
Qual è il vostro legame con il progetto Lampredonto, a cui hai collaborato precedentemente per quanto riguarda la scrittura di alcuni pezzi (soprattutto in Guerra Total, che compare riadatta in Guerra Total Na Boca Do Lixo)? Inoltre parlaci di qual è stata l’influenza di Mark Stewart, a cui è dedicato il disco, in cui la tendenza verso una tensione ritmica ondivaga analoga al sound di The Pop Group è maggiormente evidente rispetto i vostri precedenti lavori.
“UR Suoni, l’etichetta per cui esce Guerra Total Na Boca Do Lixo, è una grande famiglia, 100% DIY, a tutti gli effetti un’attività a conduzione familiare. Alcune delle persone che si occupano di gestire l’etichetta sono le stesse che poi appaiono sui dischi in qualità di artisti. Ne consegue che il livello di promiscuità fra i vari progetti pubblicati sia davvero altissimo! E questo sia in termini di affinità stilistiche, che in termini di collaborazioni concrete fra i vari affiliati all’etichetta. Per tutti questi motivi ho seguito da vicino la produzione di “! WASTED !” e “WORKOUT | WORSHIP” e, quando si è presentata la possibilità, ho prestato volentieri la mia voce a uno dei brani in scaletta. “Campo De Guerra”, in realtà, nasce come brano dei Caveiras: è stato uno dei primi testi che ho abbozzato per “Guerra Total Na Boca Do Lixo”, quando la maggior parte delle composizioni che sarebbero finite sull’album erano in fase più che embrionale. Ho dovuto quindi adattarlo al brano dei Lampredonto (che è in 4/4, laddove la versione dei Caveiras è quasi tutta in 6/8), cambiando la metrica e alcune parole. Si è trattato di un processo totalmente naturale comunque, dato che la musica dei Lampredonto – specie in termini percussivi – ha affinità fortissime con la musica dei Caveiras. Abbiamo suonato insieme in più d’una occasione, e ti assicuro che la combo è assolutamente vincente. Per quanto riguarda l’influenza di Mark, che dire? Il Pop Group e la carriera solista di Mark costituiscono da sempre un faro per noi. Ancora oggi queste esperienze incarnano un esempio di musica non allineata, a 360 gradi, folle e assolutamente non datata. Se in qualche modo queste influenze filtrano anche attraverso la nostra musica, non posso che esserne contento. Tanto più che Mark non era solo un esempio da seguire: negli ultimi anni della sua vita abbiamo avuto la fortuna di poterlo chiamare amico e mentore. Era un fan delle produzioni precedenti dei Caveiras, e ci avrebbe fatto molto piacere sapere cosa avrebbe pensato del nuovo album. Purtroppo quando è morto eravamo appena agli inizi del processo di composizione, quindi non ha avuto la possibilità di ascoltare nulla da “Guerra Total na Boca Do Lixo”.”
Santo Selvagem, in collaborazione con la voce di Serena Altavilla (Mariposa), è caratterizzata da un marcato senso melodico e un’armonia più costante. Una scrittura spettrale fluisce tra i contrappunti ritmici di derivazione tropicale attraverso l’invocazione ad un’entità, chiamata “Santo Selvagem”, legato al mondo spirituale del Quimbanda. Quale significato legato all’oggetto del testo associ al quotidiano e come nasce la collaborazione con la vocalist dei Mariposa?
“Serena è una cara amica, ci conosciamo da una vita e abbiamo mosso insieme i primi passi in campo artistico. Qualche anno fa, dopo averci visti in concerto, aveva espresso il desiderio di collaborare con noi. Appena si è presentata l’occasione, non ce la siamo fatta scappare. Serena ha una voce bellissima, e molto duttile. Sembra in grado di cantare qualunque cosa e di adattarsi a qualunque genere. Come giustamente osservi, “Santo Selvagem” è un brano marcato da una vena melodica più accentuata rispetto ai nostri standard. Io canto come un marinaio, non sarei mai stato in grado di rendere quella melodia con le caratteristiche con cui l’avevo immaginata. Nella mia testa pensavo all’interpretazione di Gal Costa su “Domingo”, il primo album in collaborazione con Caetano Veloso. Qualcosa di estremamente etereo. Serena è stata bravissima a interpretare questi input e a farli suoi, conferendo al brano una natura ancora più magica e spettrale.”
Al di là della sonorità dal mondo brasiliano e la matrice esoterica, non manca un approccio personale e viscerale. Il modo di elaborare ritmi e di permearli dalla componente melodica appare spesso originale, in cui il cantato, quasi un parlato, figura alla stregua di una linea ritmica trascinante grazie al portoghese, ovvero ad una fonetica chiara, delineata e arricchita da consonanti morbide. Concettualmente, un’attitudine che viene particolarmente individuata in Sapo Sapo, intermezzo strumentale in cui si gioca per mezzo dell’astrazione musicale, una parte che richiama un carattere ancor più personale e spontaneo. Quanto c’è di propriamente intimo e al tempo stesso laterale all’interno del vostro modo di creare?
“I nostri brani partono sempre dalla rielaborazione di standard ritmici della tradizione brasiliana, quei quattro, cinque beat fondamentali. Questo potrebbe sembrare limitante, ma in realtà la stessa clave può venire riarrangiata in mille modi, dando vita a brani anche molto diversi fra loro. Dipende su quali strumenti la si suona, come la si scompone e via dicendo. In questo contesto, come giustamente osservi, anche la voce svolge una funzione ritmica, ponendo minore enfasi sulla melodia. Un’attitudine più vicina al rap che al bel canto, se vuoi. In questo senso il portoghese aiuta molto, è una lingua molto musicale, anche più dell’Italiano. Personalmente trovo che abbia tutti i vantaggi dell’Inglese (consonanti morbide, parole tronche, etc…), ma che suoni molto più vicini al nostro sentire, e che sia quindi più facilmente pronunciabile. In generale direi che il nostro approccio può ricordare quello della backing band di James Brown in cui, per precisa volontà del leader, ogni strumento veniva trattato come fosse un tamburo. Alla base del nostro modo di comporre c’è sicuramente un’attenzione maniacale nei confronti del groove. Del resto quel che ci interessa è soprattutto muoverci, e far muovere il nostro pubblico. Con la nostra musica cerchiamo di sprigionare un’energia violenta, ma in qualche modo positiva. Cerchiamo di ricordare, a noi e agli altri, che nonostante il mondo possa essere un luogo terribilmente ingiusto e iniquo, essere vivi ha dell’incredibile.”