AFGHANISTAN E MUSICA: TRA LUCE E BUIO
di Giovanni Panetta
Storia riassuntiva dell'Afghanistan e lente d'ingrandimento sul caso di Fawad Andarabi, cantante e suonatore di ghijak che dava gioia ai suoi ascoltatori.
ghjak

Esempio di musicista afgano con il ghijak, che suonava anche Fawad Andarabi.

Nuovo declino in Afghanistan, tristemente sotto la luce di queste ultime cronache. L’uccisione del musicista della tradizione popolare afgana Fawad Andarabi nella regione dell’Andarab, per mano dei Talebani, ha fatto emergere una delle tante regole claustrofobiche dai toni a dir poco kafkiani, imposte dall’Emirato Islamico dell’Afghanistan: il divieto di ascolto o esecuzione della musica locale e internazionale. La diffidenza nei confronti dell’arte dei suoni nel contesto islamico è stata una cosa risaputa, e, com’è naturale che sia, in ambito religioso/tradizionalistico è argomento di dibattito, anche se la tesi più frequente è che la musica induca a bere alcolici, questi ultimi in molti casi proibiti dalla comunità islamica. C’è da dire comunque che la concezione della musica in Afghanistan è diversa da quella del mondo occidentale; l’esecuzione di uno strumento viene ritenuta musica, e quindi è proibita. Contrariamente ai Qira’at, ovvero i canti direzionati alla preghiera, che vengono intonati, sono considerati alla stregua delle parole pronunciate; essi, per ovvie ragioni, sono accettati dalla comunità islamica, anche se tale argomento per alcuni studiosi islamici viene considerato controverso, e soprattutto esso non viene fatto alcun riferimento nel Corano a riguardo. Infatti, nonostante questo dibattito che invade il campo artistico, la musica in Afghanistan, soprattutto quella tradizionale, ha avuto la sua storia e il suo pieno sviluppo.

Nella seconda metà dell’Ottocento, durante il dominio di Amir Sher Ali Khan (1863-’66 e 1868-’79), furono invitati dei musicisti provenienti dall’India del Nord, che divennero parte della corte di quel regno. Essi importarono nella tradizione musicale dell’élite afgana nuovi elementi sonori, come il kharabat, un componimento strutturato a quartina appartenente alla tradizione dell’India settentrionale (Hindustan). Tale tradizione continuò successivamente fino al regno di Mohammad Zahir Shah (1933-’73), che invitò musicisti industani nella corte afgana per diffondere alle classi sociali agiate quei suoni dal di fuori. Inoltre l’instaurazione di una stazione radio nel 1941, ovvero Radio Kabul, che venne poi denominata Radio Afghanistan, ricoprì un ruolo chiave nella modernizzazione del paese, trasmettendo nelle due lingue principali del paese, ovvero il Dari (una variazione del persiano) e il pashto (di origine araba). Quella di Radio Afghanistan delineò una vera occidentalizzazione del paese, dove per quanto concerne quell’intrattenimento musicale, era possibile ascoltare cantanti donne, ci fu l’unione tra elementi della tradizione popolare e la musica di élite sopracitata, e in particolar modo, strumenti locali e occidentali trovarono insieme una nuova armonia.

I video qui sotto mostrano alcuni esempi sonori di musica afgana del primo periodo fiorente sopracitato.

La fine di questo periodo artisticamente più ad ampio respiro è segnato dall’invasione della Russia Comunista nel 1979. Da lì cominciano vari disordini che porteranno alla dittatura dei Talebani (1996-2001). Da questo momento in Afghanistan tutta la musica strumentale è bandita; strumentisti, normali ascoltatori e organizzatori di eventi dal vivo vengono perseguitati e arrestati; strumenti musicali e materiale audio come cassette vengono distrutti; Radio Afghanistan diventa Radio Shariat, che per l’appunto diffonderà con imposizione la Legge di Dio coranica. Sono consentiti quindi da queste nuove istituzioni dispotiche solo il suono ragionato che viene intonato, ovvero i canti, che, per quanto accennato, non vengono ritenuti musica. Anche se, aldilà di questa concezione locale, molti di questi canti assomigliano ai canti popolari dei pashtun, popolo dell’Asia Centrale che risiede in gran parte in Afghanistan, e da cui in parte i Talebani hanno origine.

Con l’intervento degli USA e degli altri stati dell’Occidente nel spodestare l’occupazione fondamentalista, l’Afghanistan si apre ad un’ulteriore occidentalizzazione rispetto anche al periodo pre-talebano. Negli anni ’00, a Kabul e Harat, vengono istituiti dei programmi d’insegnamento, attraverso dei master, e successivamente nel 2010 viene istituito l’Afghan National Istitute of Music, un’alta scuola per la formazione musicale. Inoltre viene maggiormente incentivato l’insegnamento della musica per le donne, maggiormente emancipate in quel nuovo contesto. Inoltre chitarre elettriche e tastiere fanno parte della strumentazione nei concerti e nelle celebrazioni di matrimoni oltre alle più consuete tabla indiane e robab (quest’ultimo strumento a corde della tradizione locale); nasce un nuovo amore nei più giovani per la musica maggiormente dal di fuori, come Prodigy, Marylin Manson e Jay-Z, attraverso l’istituito accesso internet e la rete satellitare. Prende nuova forma maggiormente una musica locale più elettrificata, come per esempio attraverso i Morcha (blues rock dalla provincia da Harat) e Kabul Dreams (di ispirazione brit-pop, e i cui componenti provengono da differenti parti dell’Afghanistan).

Dopo questi circa vent’anni il destino del paese tenderà a cambiare radicalmente, tramite il ritorno del governo Talebano dopo il ritiro dell’esercito statunitense. Gli effetti nefasti si sono manifestati più palesemente attraverso la morte del musicista Fawad Andarabi, dell’Andarab (regione dell’Afghanistan Settentrionale), ucciso a quanto pare con un’arma da fuoco dopo una lite con le milizie talebane. Parlando dei suoni, Andarabi cantava e suonava il ghijak, uno strumento ad arco che può essere munito da un numero di corde che può variare da due a quattro; il suddetto strumento è proveniente dal Badakhshan (regione a nord-est dell’Afghanistan) e originario della tradizione dell’Asia Centrale (suonato anche soprattutto da uzbeki, tajiki, turkmeni, e karakalpaki). Il ghijak è costituito da una tastiera di legno senza tasti a cui è collegata una scatola di metallo che ricopre la funzione di cassa di risonanza. Gli strumenti di questa tradizione (come anche il setâr, ovvero lo strumento a corde più alto si vede nel primo video in basso che riprende un’esecuzione di Andarabi) sono composti infatti da materiale proveniente dal vivere quotidiano, come anche legno e pelli, ovvero di origine bucolica per quel contesto. Ovviamente da un punto di vista tonale il suono ha anche origine dal Medio Oriente, ed infatti la musica è influenzata da alcuni modi della tradizione islamica, come i maqam, che presentano quarti di toni. I testi sono basati sull’armonia tra l’uomo e la natura, o la propria terra, e dal punto di vista locale la musica nel suo complesso va intesa come intrattenimento, sottraendosi da virtuosismi ed esibizionismo, molto spesso asfissianti e che caratterizzano una buona parte degli artisti occidentali.

Con la morte di Andarabi si intravede un futuro prossimo per l’Afghanistan oscurantista. L’azione di preservazione del passato e presente ci deve far riflettere (per il contesto) che un futuro più artistico o relativo ad un certo intrattenimento è possibile. Sta alla comunità internazionale scardinare quell’ottusità di fondo che domina molti campi. Ma identità pari a cultura (nel suo comunicare vicino e lontano) è la manifestazione di un paese che vuole riscattarsi dall’ignoranza.

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