Layers – Intervista a Toni Virgillito (Oaoao)
di Giovanni Panetta
Intervista a oaoao (T. Virgillito) su Layers (Stochastic Resonance).
Layers

Cover di Layers, di Toni Virgillito e Scual (ispirato all’opera dell’artista belga Winterbloed).

La Stochastic Resonance è un’etichetta discografica, nonché collettivo di artisti legato all’arte grafica e performativa. Le release all’interno del catalogo propendono generalmente per un carattere di ausilio all’ascolto, non solo per l’inter-comunicabilità con altre discipline o in parte per il suono ambientale dal carattere sempre diverso, ma anche nel descrivere, da un punto di vista metaforico, narrazioni riguardo il substrato e il contesto urbano. Oaoao (Toni Virgillito, già nei vonneumann) per Layers, pubblicato nel 2026 per la sopracitata label, si ispira a “The Stack: On Software and Sovereignty” di Benjamin H. Bratton, libro che ridisegna il ruolo delle più moderne tecnologie (nel periodo degli anni ’10) all’interno del quotidiano umano, in cui molti dei temi all’interno del testo vengono riadattati da un punto di vista sonoro nell’opera di Virgillito. Il genere che prende vita è una techno dal carattere organico e simmetrico, in modo diversificato e tematico per quattro capitoli che vengono selezionati dall’opera del filosofo californiano (Interface – Layer 5, Nullville – Layer 3, A Doubtless Cloud – Layer 2, e Dig, Mine, Quake, Collapse – Layer 1).

Approfondiamo le tematiche e l’estetica di Layers con lo stesso autore nella seguente intervista.

Cominciamo con un’introduzione di Layers; come si organizza tale release e in che modo si struttura nelle sue differenti quattro parti?

“Layers è un lavoro iniziato con delle premesse poco ambiziose e poi è man mano cresciuto fino a diventare un vero e proprio CD – doppio peraltro. Ho passato molti anni ad accumulare materiale elettronico di vario genere, estraneo ai suoni che sono finiti nei dischi di vonneumann, senza mai avere però una vera e propria idea unificante che potesse spingermi a dargli una forma.

“Ad un certo punto, nel 2021, ho letto The Stack, un libro che mi ha stimolato e ispirato, da molti punti di vista. L’organizzazione di Layers si rifà direttamente al concetto centrale del libro, quell’idea di megastruttura composta da livelli separati, nata non da un’intenzione ma definitasi nel tempo, dove ogni parte comunica con le altre ma è a suo modo indipendente e tocca temi e anche discipline diverse. Era un framework perfetto per permettermi di esplorare tematiche di mio interesse attraversando diversi ambiti stilistici della musica elettronica, quindi ho iniziato progressivamente a sviluppare il materiale collegandolo alle varie parti del libro. L’idea era di far uscire ogni parte come EP solo in digitale, man mano che era terminata. Ho iniziato con la 3 e la 5, poi Lorenzo di Stochastic Resonance si è interessato al progetto e quindi abbiamo iniziato a riconvertirlo in CD.

“I livelli realizzati sono 4 e non i 6 del libro: sono saltati il livello 3 (Address), perché non avevo molto da dire a riguardo, e il 6 (User), per il quale invece avevo delle idee che avrebbero richiesto però ancora troppo tempo e dopo 4 anni di lavoro volevo decisamente chiudere. Organizzare il materiale nei due CD è stato piuttosto faticoso, perché mi sarebbe piaciuto mantenere le parti indipendenti tra loro, senza un ordine imposto, cosa che chiaramente non è possibile con il supporto fisico, se non separandole fisicamente in quattro CD. Alla fine il compromesso è stato quello di evitare la dicitura esplicita di CD1 e CD2, raggruppando tematicamente le parti in “interazione” (quelle “sopra”) e “infrastruttura” (le due “sotto”). Di fatto, è stato un esercizio di design accidentale a posteriori, che è un altro dei temi portanti del libro.”

Nella parte di Layer 5: INTERFACE i pattern sono contornati da forme nette, legate maggiormente alla componente del ritmo, con influenze dalla techno in senso etereo e psichedelico. Nel pezzo GRID si esprime un’astrazione più rimarcata in cui allo stesso tempo non manca l’attitudine al movimento, ma conferendo al tutto un carattere più meditativo. Parlaci come nasce tale scelta stilistica in questa prima parte.

“In quel periodo ascoltavo molta techno e soprattutto avevo appena acquistato una drum machine, l’Elektron Analog Rytm. In generale, mi interessa molto riflettere sui generi musicali – comprendere e decostruire gli elementi stilistici che li definiscono e utilizzarli in modo non ortodosso, quasi disfunzionale. La techno, come molti altri generi, nasce dall’incrocio tra l’utilizzo di un certo insieme di tecniche/strumenti ed un fine ben definito – far ballare. Questo determina sia delle caratteristiche stilistiche ma anche una specifica dimensione socio-culturale. Se si cerca solo di imitare un genere – qualsiasi genere di musica “codificato” – senza viverne o anche solo considerarne le motivazioni culturali, si ottiene, secondo me, un artificio, una posa – e si sente. Quindi credo che affrontare “concettualmente” un genere significa, sì, abbracciarne l’ortodossia, ma allo stesso tempo tradirla in maniera consapevole e funzionale all’idea. In questo caso, rappresentare il concetto di interfaccia, significava togliere il focus dalla dimensione funzionale della musica (il ballo) per spostarlo su quella prettamente tecnica-operativa, cioè l’interazione con lo strumento (la drum machine), ottenendo una techno in cui i singoli elementi suonano formalmente corretti ma nel loro insieme non raggiungono lo scopo.”

La parte Layer 3: Nullville è formata da layer glitchati e claustrofobici a seguito dell’effetto politonale che si lega intrinsecamente. Iconica è Breathertuner, in cui sonorità clubbing più coinvolgenti permeano una matassa sonora stocastica attraverso variazioni intorno ad uno stato di equilibrio volta per volta. Come avviene l’idea per quanto riguarda questa prima parte?

“In questa parte, come nel libro, la tematica di fondo riguarda l’architettura e l’urbanistica, lo sviluppo di città futuribili, che nascono e interagiscono attraverso un livello sottostante di comunicazione pervasiva. Il concetto si può riassumere come “Smart city decadente governata da AI disfunzionale” e c’è questa costruzione a blocchi, che ogni tanto deragliano, costituita da pezzi, riff, beats che avevo messo da parte – quindi c’è anche una componente di “riuso”, ancora, di progetto accidentale. Mi piaceva l’idea di utilizzare in tutti i pezzi delle voci, caotiche, di lingue indistinguibili, apparentemente orientali – richiamo un po’ banale, lo ammetto, alla tipica estetica cyberpunk, nonché all’idea di “città del futuro” che noi occidentali associamo alle città cinesi.”

T. Virgillito

Toni Virgillito.

Suoni scampanellanti, simili a note di clavicembalo, fanno da sfondo nella parte di Layer 2: A Doubtless Cloud. Building of Bigger Things richiama sonorità lateralmente barocche o bachiane attraverso una scrittura agrodolce in senso urbano, infondendo al tempo stesso un’accoglienza più levigata. Come nasce l’idea per questo suono, che dal mio punto di vista risulta più specifico all’interno dell’album?

“Qui sono partito da un’idea di composizione “particellare” – che inevitabilmente rimanda al minimalismo storico. Per questo, l’elemento timbrico ricorrente è l’utilizzo di suoni di synth con caratteri risonanti e/o percussivi, tipici di quell’estetica, e da qui campanelle, vibrafoni e, appunto, quel preset di clavicembalo sintetico che invece, paradossalmente, finisce per evocare il barocco. Quindi è uscito un “barocco minimalista elettronico”, dove però non si seguono melodie articolate su scale ma l’insieme è strutturato in pattern semplici, basati su poche note, spesso una sola. La suggestione tematica di partenza era quella di una dimensione utopica di futuro visto da un passato recente, bloccato ad un punto in cui la tecnologia, per quanto pervasiva, non aveva ancora sviluppato le sue contraddizioni e ci si poteva ancora leggere una dimensione rassicurante, orientata al benessere. Una specie di Silicon Valley pre-AI, spirituale e accogliente, fautrice di un tecno-ottimismo quasi parodistico, che è una sorta di estremizzazione semplificata della visione di Bratton. Apparentemente questa parte è la contrapposizione positiva al pessimismo del Layer 1 ma in realtà nasce dalle stesse premesse.”

Per concludere con il disco, in Layer 1: Dig, Mine, Quake, Collapse la consistenza si fa più rarefatta e liquida, in cui il pezzo finale Collapse appare come un epilogo sospeso e legato ad una stocasticità compositiva, secondo un senso estetico complesso e adulto. Riassumendo in definitiva, la scrittura generale e la diversificazione in quattro parti caratterizzano un’uscita legata al concetto di casualità secondo una direzione verosimile e tangibile empaticamente in cui lo stesso concept si ripete in più scale secondo uno schema frattale, che diventa più evidente in quest’ultima parte e ad un metalivello più profondo. Come avviene l’idea di porre maggiormente tale focus al termine dell’album?

“Come ti dicevo prima, per me non c’è un vero e proprio ordine nelle parti, quindi il Layer 1 non è necessariamente la fine, anche se è stato l’ultimo in ordine cronologico a essere prodotto e forse questo senso di conclusione in qualche modo si percepisce. A livello compositivo, non ho realmente usato la stocasticità qui (a differenza di Layer 2, dove in tutti i pezzi ci sono elementi generativi casuali e/o procedurali), però mi piace che tu ci senta una componente di ricorrenza, soprattutto perché l’idea era di insistere su certi concetti, la Terra/terra (maiuscolo e minuscolo) e la gravità (sostantivo e aggettivo) attraverso i quali la dimensione soggettiva del resto del lavoro si rapporta al peso della contemporaneità e l’irruzione dell’elemento temporale rompe lo sviluppo verticale (nonché tutto l’impianto di Bratton…). Non sono mai stato un musicista esplicitamente politico però penso che qualcosa dell’attualità dovesse necessariamente rientrare, per quanto in maniera astratta/stilizzata, in un lavoro che è stato concluso in un mondo radicalmente differente da quello in cui era iniziato.”

Nel corso degli ultimi anni ci sono stati ulteriori sviluppi con il progetto Vonneumann, attivo dalla fine degli anni ‘90 e legato alla sperimentazione estrema in ambito noise rock. L’ultima uscita, Local Memes, è legata ad un post-rock tenue e meditato, in cui fa da sfondo un carattere dilatato in senso laterale, attraverso una scrittura che mi è parsa più smussata da un punto di vista melodico e consonante, almeno rispetto i precedenti lavori. Come avviene tale evoluzione con quest’ultimo progetto?

“Il nostro rapporto con il post-rock è sempre un tema sfuggente per noi, perché il termine storicamente è stato utilizzato per definire gruppi e approcci molto diversi, alcuni molto vicini alla nostra sensibilità, altri che francamente non abbiamo mai apprezzato. Però, qualsiasi cosa si intenda per post-rock, c’è inevitabilmente e innegabilmente una parte di noi che è legata e si è formata su quel tipo di estetica, se non altro per motivi anagrafici. Perciò, anche se ci siamo sempre tenuti lontani dalle derive più convenzionali del genere, puntando, come hai scritto, sugli aspetti più sperimentali, quando si prendono le chitarre in mano emerge comunque una parte di quegli ascolti. Per Local Memes ci siamo divertiti a rimanere in quella comfort zone, pur con un approccio e dei suoni più “moderni”. La dedica a Steve Albini era inevitabile, anche per questo.”

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